La scultura è costituita da due colonne tubolari nere con incastri geometrici a due fasce orizzontali che ne interrompono la verticalità. La simmetria e la scelta di una modulazione ritmica regolare e tuttavia interrotta da variazioni sulla piegatura delle lamine.
Luciano Ceschia già a partire dalla fine degli anni Sessanta, avviò una profonda sperimentazione con il ferro smaltato, materiale industriale che egli seppe nobilitare artisticamente attraverso una raffinata sensibilità formale. La serie denominata "Verticali" nasce negli anni Ottanta proprio in seguito a questo periodo di ricerca.
Le "Verticali" si compongono di moduli sovrapposti, accostati secondo una logica ascensionale, che suggerisce slancio, tensione e solidità. A seconda della conformazione delle sezioni — cilindriche, squadrate, spezzate — queste strutture evocano grattacieli, alberi o figure antropomorfe, in un’ambiguità iconica che rende ogni opera aperta a molteplici letture.
Ceschia installò numerose opere simili in spazi pubblici, spesso in contesti naturali o urbani, instaurando un dialogo con l’ambiente circostante. L’inserimento tra i pini, come nel caso qui documentato, rafforza la dimensione organica della scultura, che si staglia come una “pianta meccanica”, o come una colonna totemica dal sapore arcaico e moderno al tempo stesso: esempio riuscito di sintesi tra materia industriale e vocazione poetica. Ceschia non si limita a comporre una struttura verticale: plasma il ferro come fosse argilla, lo assembla con rigore quasi architettonico, ma lascia emergere una forza espressiva che travalica il puro design. Il nero opaco della smaltatura conferisce un tono severo, monumentale, ma anche introspettivo, quasi sacrale.
La composizione gioca su un equilibrio tra serialità e differenza: ogni segmento si ripete ma non si replica esattamente, generando una tensione visiva che spinge l’occhio verso l’alto. Questa aspirazione verticale, comune a molte esperienze artistiche del Novecento (si pensi a Brâncuși, o ad alcuni esempi del Minimalismo americano), in Ceschia assume un carattere più mediterraneo, più umanistico. Le sue strutture non si chiudono in un’algida perfezione, ma sembrano vibrare, respirare.
Criticamente, si può dire che Ceschia abbia intuito prima di altri in Italia le potenzialità espressive del linguaggio industriale in scultura, senza cedere all’estetica del freddo, né alla pura citazione tecnologica. Le sue "Verticali" si pongono a metà strada tra costruzione e visione, tra oggetto e simbolo. Sono torri, totem, alberi d’acciaio, presenze che parlano al tempo e nello spazio, capaci di interrogare lo spettatore senza imporsi con prepotenza.
Secondo informazioni orali da parte del dottor Giorgio Ardito, la scultura, insieme alle altre "Verticali" del Parco del Mare, venne acquistata negli anni Ottanta dal padre Renzo presso la Carrozzeria Gregorone a Martignacco in provincia di Udine.
Cerritelli C., Luciano Ceschia, Udine 2000
Agostinelli F., Lo scultore e l'architetto. Girasoli a Lignano, in Lignan, Udine 2014, II-2