La Vergine, con lo sguardo rivolto verso il basso e il capo reclinato verso destra, tiene le mani sul petto. Il velo chiaro cinge le spalle e scende sulla veste rossa, il manto blu ricade dal braccio destro. Un'aureola di stelle circonda il viso aggraziato di Maria. Ai lati compaiono due cherubini.
Il dipinto era un tempo collocato nella cimasa dell'altare maggiore della chiesa gemonese delle Grazie, qui trasferito nel 1808 dalla chiesa della Trinità dei Cappuccini. Dell'altare ligneo di chiara impronta barocca che ospitava una tela raffigurante la Trinità rimangono solo riproduzioni fotografiche, poiché esso andò distrutto nel 1976.
In un documento conservato nell'Archivio dei Cappuccini di Mestre datato 20 aprile 1677 il padre Deodato da Udine riguardo ai lavori nella chiesa della Trinità annotava che "Gli altari furono fatti dai nostri P.P. fabbricieri et fratelli, et le pitture d'essi dal P.re Massimo che ancora vive et è un religioso molto degno et che lascia nelle nostre chiese et monasteri memorie di se molto meritorie". Se si fa fede al documento, si deve ritenere che i quadri degli altari, e quindi anche la Trinità perduta e la Vergine immacolata in esame, furono dipinti da Fra Massimo da Verona, divenuto frate cappuccino nel 1643, che dopo il più noto e talentuoso Fra Semplice da Verona fu pittore ufficiale dell'ordine.
Oltre a guardare all'arte di Guido Reni, Fra Massimo mostra di filtrare con soluzioni eclettiche la cultura figurativa veneta del Cinquecento, e in particolare l'arte di Paolo Veronese e Paolo Farinati.
Le opere gemonesi dovrebbero collocarsi intorno al 1662, anno di consacrazione della chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Giuliani I. M., Il convento e la chiesa di S. Maria delle Grazie in Gemona. Studio monografico su documenti inediti, Venezia 1942