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Nonostante la giustapposizione delle ponderose campiture coloristiche nere che letteralmente costruiscono, attraverso l'uso sapiente del chiaroscuro, le masse dell'abito talare del giovane prete, e il fondo, denso di tattili cromatismi bruno dorati, Gino Parin non rinuncia alla linea di matrice Jugend, appresa a Monaco e a Vienna, che innerva non solo la sottile figura maschile ma anche la sinuosità del legno e la consistenza materica del velluto della sedia. Il ragazzo è ripreso di profilo, seduto, mentre tiene fra le dita fragili e affusolate il tricorno nero di lana, mentre la frangia scarlatta della veste, addossata alla gamba della sedia è resa a macchia. Il volto sfuggente, quasi un bocciolo carnoso, è rivolto in direzione di un punto indeterminato al di fuori del quadro. Il gusto secessionista permane anche nella definizione del viso, su cui l'intima poesia del pennello si sofferma nei particolari del labbro serrato e delle gote, del naso e dell'orecchio arrossati, a suggerire forse una sensazione di freddo nella stanza spoglia.
Il suggestivo dipinto è collocabile in un arco cronologico compreso tra il 1922 e il 1924, fondamentale intervallo che segna la partecipazione di Gino Parin alle rispettive Biennali veneziane (edizioni XIII e XIV) e suggella la sua maturità artistica. Pur non senza tenere conto delle nuove istanze formaliste e volumetriche che si vanno lentamente accorpando, entro queste date, a partire dalla chiusura, nel 1921, della celebre rivista romana "Valori Plastici", fondata tre anni prima (1918), e sfoceranno nel movimento "Novecento", cappeggiato da Margherita Sarfatti e tenuto a battesimo in occasione della stessa Biennale del 1924, in cui il gruppo si presenta ufficialmente, Parin accoglie solo in parte i nuovi ideali di solidità formale e compositiva. Testimonianza sensibile di questo passaggio è il ritratto di giovane prelato nel quale parzialmente convivono i due estremi tra cui si dibatte l'opera pariniana all'altezza delle sopracitate contingenze temporali. La resa tattile del fondo e la costruzione per masse cromatiche dell'abito nero non sono in grado di obnubilare il ductus linearistico che informa la composizione, in un rimando alla grafica del pittore triestino, in cui è la crudeltà del segno ad animare e vivificare la figura e i dettagli dell'ambiente. Lo stesso profilo del giovane prelato, profondamente inciso dalla impercettibile linea che ne delimita le fattezze, secondo un gusto ancora squisitamente secessionista, non può non ricordare le aguzze stilizzazioni di Aubrey Beardsley.
Pinacoteca Musei, Repertorio di ulteriori opere della Pinacoteca dei Musei Provinciali di Gorizia, in La Pinacoteca dei Musei Provinciali di Gorizia, Vicenza 2007
Ragazzoni C., Gino Parin, Trieste 2003, 5
Simbolismo Secessione, Simbolismo Secessione. Jettmar ai confini dell’Impero, Gorizia 1992