STRUTTURE PER IL CULTO, età medioevale (secc. XI-XIII d.C.)

Oggetto
STRUTTURE PER IL CULTO - edificio di culto
Denominazione
sacello di San Giusto martire
Localizzazione
Trieste (TS) Centro Antico
Cronologia
età medioevale (secc. XI-XIII d.C.)
Indagini di scavo
Soprint. alle Opere di Antichità ed Arte della Venezia Giulia - 1928/00/00
Soprintendenza Archeologica del F.V.G. - Metà del Novecento
Codice scheda
SI_382

L’assetto definitivo della Cattedrale di S. Giusto si concretizzò nel corso del Trecento, con l’unione di due complessi religiosi distinti. Sul lato settentrionale la basilica maggiore, vescovile, destinata al culto mariano dell’Assunta, impostata su una precedente basilica risalente alla metà del V secolo (MIRABELLA ROBERTI 1962; MIRABELLA ROBERTI 1979-80) ed in rapporto ai resti monumentali del capitolium romano (VERZAR BASS 1998); sul lato meridionale il sacello martiriale dedicato a San Giusto la fabbrica analizzata in questa scheda, caratterizzato dalla cupola su pennacchi a trombe angolari, ornata internamente da un loggiato cieco e all'esterno da archeggiature a doppia ghiera in cui si aprono quattro monofore (sul “sacello” vd. da ultimo: RIAVEZ, PAVAN 2005).

Le problematiche introdotte nella sezione “notizie storico-critiche” sono state risolte attraverso l’analisi stratigrafica del lato meridionale del complesso religioso, avviata nel tentativo di giungere ad una più precisa definizione delle dinamiche strutturali, distinguendo gli interventi trecenteschi, legati al momento di unificazione delle due chiese, dalle preesistenti strutture del sacello di S. Giusto, con la formulazione, quindi, di un’ipotesi archeologica ricostruttiva dello sviluppo planimetrico di quest’ultima fabbrica (RIAVEZ, PAVAN 2005). In seguito all’elaborazione di un rilievo a fotopiano è stato possibile identificare porzioni murarie con diverse tecniche di costruzione, chiarendo i rapporti stratigrafici tra di esse, sia all’esterno, nonostante i restauri ed il completo rifacimento dei leganti, sia all’interno, sulle limitate superfici risparmiate dagli intonaci. Innanzitutto è stato isolato un gruppo di murature con una tecnica di costruzione, piuttosto irregolare, con bozze e scaglie in arenaria distribuite a corsi sub-orizzontali, con l’occasionale inserimento di elementi in calcare. Questa tecnica, alla quale daremo il numero 1, ricorre nei perimetrali della cappella di S. Carlo, ben visibile all’esterno, sui tre lati, nonostante i restauri del Forlati abbiano previsto la chiusura di tre finestre, due quadrangolari ed una termale ad arco, la riapertura della trifora e la ricostruzione della parte sommitale. La tecnica 1 si ritrova sulle porzioni visibili dell’abside minore destra (abside di S. Servolo) e su quelle dell’abside centrale. Sicuramente le due absidi sono costruite in un unico momento, mentre è difficile stabilire se la cappella di S. Carlo sia legata al corpo absidale. Tuttavia, le murature alte, visibili all’esterno aiutano in questo senso: il perimetrale Est della cappella di S. Carlo pare infatti legarsi al muro che sostiene la copertura dell’abside centrale del Sacello, consentendo di ipotizzare una contemporaneità nella realizzazione di queste fabbriche. Ancora, la tecnica 1 compare, sempre esternamente, sull’altra fascia al di sotto del secondo spiovente, compresa tra la cappella di S. Carlo e la facciata trecentesca, sorretta dalle arcate che dividono le navate del S. Giusto. Queste superfici alte sono state pesantemente restaurate dal Forlati in seguito al rifacimento dei tetti, ma non è da escludersi, visto l’approccio scrupoloso del restauratore, che siano state mantenute porzioni originarie delle murature o che le integrazioni siano state realizzate rispettando la tecnica antica. Una seconda tecnica (2) appare decisamente più regolare, con conci squadrati in arenaria, a modulo leggermente allungato. Cronologicamente è successiva alla tecnica 1 come è evidente dall’analisi del muro interno della cappella della Maddalena, corrispondente all’abside destra del S. Giusto o abside di S. Servolo, dove la muratura in tecnica 1 presenta una superfettazione in tecnica 2. La stessa tecnica ricorre, ancora, nel tratto perimetrale compreso tra il corpo di fabbrica moderno addossato alla cappella di S. Servolo e l’angolo di facciata della Cattedrale e sulla facciata della Cattedrale trecentesca. Infine, un ulteriore cambio di tecnica costruttiva (tecnica 3) si registra sulle murature della cappella della Maddalena ed in quella di S. Servolo, entrambe costruite in appoggio ai perimetrali della cappella di S. Carlo e databili rispettivamente al 1333 ed al 1343 (CUSCITO 2003, pp. 51-54). Le fabbriche sono state pesantemente rimaneggiate dal Forlati, soprattutto la cappella di S. Servolo con la tamponatura di due finestre rettangolari e la riapertura di due monofore con arco a sesto acuto. Questa tecnica è molto simile alla seconda ma cambia leggermente il modulo dei conci, con altezza media più sviluppata, ed anche la qualità dell’arenaria pare diversa. Dall’insieme di questi dati emerge con sufficiente chiarezza come la distribuzione delle murature in tecnica 1 integri l’area absidale del S. Giusto in un edificio a tre navate con transetto corrispondente alla cappella di S. Carlo. Le aggiunte successive, dal Trecento, hanno modificato la planimetria dell’edificio, amputato del lato settentrionale in seguito all’unione con la chiesa dell’Assunta. L’unica perplessità rispetto a questa ricostruzione riguarda la muratura compresa tra l’angolo di facciata e l’aggiunta moderna addossata alla cappella di S. Servolo. Si tratterrebbe del perimetrale Sud del sacello di S. Giusto, e il Forlati ha voluto inserirvi una serie di conci in calcare ad identificare l’originario limite della facciata. Il posizionamento di questi conci è in rapporto ad un muro longitudinale rinvenuto durante gli scavi all’interno dell’edificio ed interpretato dal Forlati come facciata del sacello, arretrata rispetto a quella dell’Assunta (Forlati annota come, durante l’indagine archeologica preliminare, fu importante “il rinvenimento della fondazione, dell’attacco e dell’angolo esterno del muro di facciata della chiesa di S. Giusto, (…) che si è voluto ricordare (…) segnandolo nella pavimentazione con una fascia nera (…).”: FORLATI 1933, pp. 394-395). Il perimetrale Sud della navata, se pertinente al sacello, dovrebbe coerentemente presentare una muratura in tecnica 1, quella delle absidi e del transetto; invece, si è visto come sia edificato in tecnica 2, quella della facciata della Cattedrale, ascrivibile al Trecento. La muratura sembra però pesantemente restaurata. Gli inserimenti del Forlati non corrispondono ad una reale cesura ed anzi, interrompono una muratura che sembrerebbe unitaria. A questo punto le ipotesi sono due. In seguito alla demolizione delle cappelle laterali di S. Giovanni e S. Anna effettuata dal Forlati, la muratura si sarebbe rivelata in pessimo stato di conservazione, intaccata dalle aperture delle cappelle e dagli inserimenti dell’arredo liturgico. Il Forlati avrebbe dunque operato per sostituzione, edificando una nuova muratura realizzata con la stessa tecnica della facciata, per evitare eccessivi contrasti. Oppure, ipotesi più probabile considerando le cautele nell’approccio al restauro e le attente analisi conoscitive effettuate dal Forlati, la demolizione delle cappelle avrebbe rivelato una muratura non originaria nella trecentesca tecnica 2, realizzata al momento dell’unione delle due chiese in seguito alla demolizione in antico del precedente muro di navata del S. Giusto. Concludendo, quindi, si può confermare la ricostruzione planimetrica inizialmente proposta dal Forlati e poi ripresa da Tavano e Messina [Forlati confrontò a tal proposito il tamburo, decorato esternamente ad arcatelle cieche, e la cupola del sacello con “il ben noto battistero di Concordia, che è del 1042 (la datazione è da correggere al periodo del vescovado di Reginpoto -1089,1105-, vd. CANOVA DAL ZIO 1986, p. 42) e dal quale il nostro deriva” (FORLATI 1933, pag. 394). Recentemente Aldo Messina ha ipotizzato un inquadramento della pianta del sacello nello schema generale riconducibile alla diffusione del modello di Cluny II (X secolo), e l’appartenenza del complesso della Cattedrale nell’ XI secolo al cosiddetto gruppo delle cattedrali doppie (MESSINA 2003; per un riferimento bibliografico sulle cattedrali doppie si veda PIVA 1990a; e PIVA 1990b)], di un edificio a croce libera, triabsidato con transetto, mentre rimane qualche perplessità circa l’effettiva estensione della navata. Non è stato possibile, invece, aggiungere nuovi elementi utili ad un perfezionamento della cronologia dell’edificio. Stratigraficamente il sacello può soltanto essere considerato precedente agli interventi del Trecento e questo inquadramento relativo trova riscontro nelle scarse architetture medievali in arenaria conservate all’interno del Centro Storico di Trieste.

BIBLIOGRAFIA

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