in basso a sinistra: Mocchiutti 53
Figura maschile seduta nell'atto di suonare un fischietto per il richiamo degli uccelli. Indossa un cappello nero, camicia bianca e gilet nero e rosso. A destra è raffigurata una gabbietta con all'interno un uccellino di colore rosso. Sullo sfondo un paesaggio stilizzato.
Il dipinto fu premiato alla “Prima Mostra Provinciale d’arte figurativa” tenutasi a Palazzo Attems nel dicembre 1953 e curata dall’Associazione Provinciale Artisti Isontini (A.P.A.I.), il raggruppamento ufficiale degli artisti che era sorto nello stesso 1953 ed era presieduto dall’avvocato Cesare Devetag. L’opera appartiene a quello che Arturo Manzano (Cesare Mocchiutti e la felicità del suo tempo, in “Julia Gens”, Udine, anno II, n. 4, pp. 64-69) definiva “il primo importante approdo delle lunghe ricerche” di Mocchiutti che, nel 1953, aveva partecipato alla Biennale Triveneta di Padova con quattro grandi tele raffiguranti i temi a lui più consueti: Norcino, Uccellatori, Cacciatori e Scene di caccia. Manzano ricordava che in queste tele “il racconto era condotto pressoché senza traslati e congegnato in un normale rettangolo in piedi. Le figure riempivano tutta l’altezza della tela, presentate frontalmente e il posa come nelle raffigurazioni popolari e ambientate sempre nello stesso paesaggio agreste, fitto di alberelli lunghi, sottili e dritti che, assieme ad altre colture, formavano un arabesco di linee verticali. Soltanto nel secondo piano di Uccellatori apparivano forme di case. La composizione spartiva lo spazio fra zone in pausa e altre in moto mettendole a contrasto e ottenendo una vibrazione dinamica pur senza cancellare un fondamentale senso di staticità che doveva, io penso, corrispondere al senso di incanto che ha il sogno, cioè l’evocazione del tempo perduto […] Era il momento più gonfio del neo-realismo italiano e quei contadini impalati, grandi e grossi come i bambini vedono gli adulti, potevano anche sembrare personaggi di quella tendenza. Ma il realistico era proprio ciò che Mocchiutti meno voleva: voleva l’evocazione trasognata, voleva riavere la stupefazione di quel tempo e non altro”. Anche Fulvio Monai (Cesare Mocchiutti, in “Iniziativa Isontina”, n. 7, 1962) ricordava il successo di Mocchiutti alla Biennale di Padova del 1953 dove “fu l’artista più discusso, più osservato dalla critica ufficiale. Quello che fece dire a più di un competente che qualcosa di nuovo finalmente si poteva vedere nel panorama dell’arte regionale […]. Il colore in senso ‹fauve› aveva contraddistinto la sua pittura nei primi anni di attività; poi era stata la luce a inondare le sue composizioni ed a cancellare il gioco melodioso del tono in vista di una più solenne impostazione dei suoi temi. Infine Mocchiutti aveva optato per un colore contenuto castigato, fuso in una sintesi formale rigorosa, riconoscendo nei cacciatori e negli uccellatori inseriti in una Natura sottratta ad ogni casualità i motivi conduttori della propria pittura. Molte esperienze moderne, da Picasso a Braque, a Tamajo, avevano trovato in quelle figure un singolare punto di incontro e però esse rivelavano nel pittore un’attenzione calda, umanissima, ad un lontano mondo amato e sofferto, più che ai temi cari a quegli artisti. I motivi dei cacciatori e degli uccellatori infatti, risorgendo dalle memorie infantili avevano sciolto la sua fantasia suggerendogli composizioni severe, essenziali, lontane da ogni tentazione cerebrale. Era un’arte tutta umana in cui il processo di stilizzazione non era mai fine a se stesso ma assumeva un significato tutto particolare, di purificazione dalle scorie romantiche. Così l’immagine era riscattata e riportata su un piano fantastico di indubbia validità”. (DELNERI 2007, p. 186)
Delneri A., Schede, in La Pinacoteca dei Musei Provinciali di Gorizia, Vicenza 2007
Bradaschia G., Andiamo insieme a visitare i Musei Provinciali di Gorizia, Gorizia 1980