L’opera si presenta come una forma sinuosa che si innalza dal basamento con andamento spiraliforme, culminando in un’apertura cava, simile all’imboccatura di una conchiglia. La superficie della pietra è modellata da linee curve che avvolgono il corpo della scultura, accentuandone l’andamento torsivo.
L’artista stessa ha spiegato il senso dell’opera con parole che restituiscono il legame poetico e percettivo tra natura e materia: «Qui il mare incontra la terra e la voce delle sue onde riempie l’aria ovunque. Nel frattempo le altre voci della natura non sono scomparse: continuano i loro discorsi fino ad ogni granello di sabbia, che scivola sugli altri con il suo minuscolo fruscio. Bisogna però ascoltare per sentirlo, ma farlo davvero, magari appoggiando l’orecchio ad una “Conchiglia per ascoltare la terra” ed ogni suono si renderà percettibile, accompagnandoci alla scoperta di migliaia di realtà che spesso ignoriamo ma creano in egual misura l’equilibrio in cui viviamo. Esiste sempre, ovunque, una voce universale da ascoltare. Laddove il mare pervade i nostri sensi non possiamo dimenticare la terra, che continua a parlarci quasi impercettibile, spesso inascoltata, mentre i nostri pensieri si frastagliano nei riflessi delle onde e si allontanano diretti. Verso un orizzonte infinito e indefinito fatto d’acqua e di aria». In queste dichiarazioni si coglie la chiave interpretativa della scultura: la conchiglia diventa un tramite tra l’uomo e il paesaggio, uno strumento poetico per ricordare che la natura parla attraverso i suoi minimi suoni e che l’ascolto è un atto fondamentale per ritrovare equilibrio. L’opera assume così il valore di un segnale universale: invita a fermarsi, ad accostare l’orecchio, a recuperare un dialogo silenzioso con la terra e il mare.
Antonella Tiozzo si forma all’Accademia di Belle Arti di Venezia sviluppando progressivamente una ricerca solida e sensibile che la porta a partecipare a numerosi simposi scultorei. Nel 2006 partecipa al Sesto Simposio Internazionale di Scultura su Pietra d’Aurisina, realizzando la prima versione dell’opera “Conchiglia per ascoltare la terra”, concepita come un dispositivo poetico: una scultura che, nella forma di una conchiglia monumentale, diventa uno strumento d’ascolto, un veicolo per percepire la voce impercettibile della natura. Tuttavia, quell’opera subisce danni irreparabili; l’organizzatore del simposio, Giorgio Ardito — figura centrale nell'ideazione e curatela del simposio — la sollecita a ricrearla, col supporto logistico e simbolico, nel successivo contesto del Simposio del 2010. La seconda versione assume così una connotazione ancora più carica di significato, diventando un’idea rinnovata e rafforzata. Oltre all’impegno scultoreo, il suo percorso personale e artistico è strettamente intrecciato a quello del marito, lo scultore Huynh Van Hoang. A loro lega un sodalizio creativo e umano che li conduce spesso a collaborare o a confrontarsi su progetti paralleli, sia in ambito locale che nei simposi internazionali (Hoang partecipa insieme alla moglie al Decimo Simposio). La poetica di Tiozzo si fonda sul principio dell’ascolto attivo. Non solo percezione visiva, ma un’indagine sensoriale che parte dall’udito: “ascoltare la Terra” — come scrive lei stessa — attraverso il silenzio, il fruscio della sabbia, la voce delle onde e dei granelli che scorrono. Le sue sculture, quindi, non sono soltanto forme visive, ma dispositivi evocativi che richiamano un’esperienza immersiva, fisica e contemplativa.