Progetti e utopie di Marcello D'Olivo in Italia e nel mondo

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Progetti e utopie di Marcello D'Olivo in Italia e nel mondo

Le Gallerie del Progetto dei Civici Musei di Udine conservano il più consistente fondo grafico sulla decennale attività di Marcello D’Olivo in Italia e nel mondo, fra Africa e Medio Oriente. Nato a Udine il 27 febbraio 1921, D’Olivo si forma all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, conseguendo la laurea nel novembre 1946. Dopo una breve parentesi lavorativa come calcolatore di cementi armati per l’impresa edile Rizzani, conclusasi nel 1949, apre nella città natale il suo primo studio, a cui faranno seguito molti altri, non solo in Friuli: sintomo di una febbrile attività che lo ha sempre spinto, da un lato, a circondarsi di numerosi collaboratori; dall’altro a misurarsi con contesti dal respiro internazionale, se non addirittura globale.

Le 62 tavole analizzate, che fanno capo a progetti perlopiù rimasti sulla carta, consentono di ripercorrere alcune delle principali tipologie affrontate da D’Olivo, anche a seguito di concorsi di progettazione, come quello del 1948 per la cattedrale di Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, i cui disegni dimostrano l’attaccamento dell’architetto al linguaggio di Frank Lloyd Wright. Le tavole inoltre permettono di apprezzare la sua capacità disegnativa, che trasforma il foglio in un campo in cui il linearismo del disegno d’architettura viene felicemente contaminato da effetti pittorici, avvicinabili ai dipinti che D’Olivo realizza nell’arco di tutta la sua vita.

Ville, hotel e complessi residenziali, così come gli edifici pubblici, costituiscono dei campi di prova in cui D’Olivo ragiona sull’inserimento del moderno nel tessuto urbano preesistente, in taluni casi risolto con un corpo fuori scala sovrapposto a una piastra basamento che funge da elemento di mediazione: soluzione adottata nel progetto per la stazione di Udine (1957-58) e poi replicata per un complesso edilizio che si sarebbe dovuto erigere in piazzale Osoppo (1962). Nelle ville, come quella Borgnolo a Marostica (1958) e Morandotti a Meduno (1962), emerge invece la propensione per un’architettura dalle forme organiche: l’angolo viene smussato, la parete si curva e la copertura, quando non è piana, tende a piegarsi; tutti elementi che concorrono a infondere nell’edificio un effetto di ricercata plasticità.

Un’altra caratteristica di D’Olivo è l’interesse rivolto alle tecnologie industriali, declinate anche in chiave espressiva. Lo dimostrano gli impianti sportivi, come il progetto per lo stadio di Toronto nel 1984-85, oppure, a Baghdad, l’Uccellaccio, così chiamato per le sue forme zoomorfe, e il monumento al milite ignoto iracheno (1979-82), in cui la scultura di Khaled Al-Rahal, un cubo in acciaio modellato da profondi tagli, è protetta da una copertura a valva di conchiglia in acciaio e rame composta da 110 travi metalliche, ciascuna pesante 40 tonnellate, per una superficie totale di 1300 metri quadrati.

Tuttavia, è nel disegno dei piani urbanistici che la ricerca architettonica di D’Olivo trova la sua maggiore espressione. Partendo dalla piccola scala, espressa nei quartieri friulani di Bellazoia (1958), di via Leonardo da Vinci a Udine (1960) e di Luseriacco (1961), e passando alla progettazione di intere città, D’Olivo si interroga su quanto il costruito possa innestarsi ecologicamente nell’ambiente. L’obiettivo di fondo è partire dal principio di autoregolazione della natura per costruire edifici in grando di dialogare con il contesto senza invaderlo; e per conseguire tale intento D’Olivo individua nell’albero il punto ideale di partenza per elaborare il prototipo di una città ecologica che presenta un “tronco” centrale dove scorrono i trasporti e delle arterie a cui sono collegate, come le foglie sui rami, le singole unità abitative. Tre le tipologie insediative studiate sulla carta: dapprima la città ciambella (1978), una megastruttura capace di ospitare un milione di persone, e il gradiente (1978-84), articolato in tre edifici a semicerchio detti “circus”, per arrivare alla teorizzazione della città ecologica Ecotown-Ecoway (1986).

Da questa esigenza, formulata in due libri dal titolo Discorso per un’altra architettura (1972) ed Ecotown Ecoway. Utopia ragionata (1986), quest’ultimo scritto a quattro mani con il collega Piero Mainardis de Campo, erano già nati diversi piani urbanistici: una città satellite a Roma, progettata negli anni Cinquanta dopo la celebre spirale doliviana di Lignano Pineta; Libreville nel Gabon (1967-75); la ricostruzione del Friuli dopo i terremoti di maggio e settembre del 1976; una città tra Milano e Torino meglio nota come il “Mito” (1982).

Con la scomparsa di D’Olivo a Udine, il 24 agosto 1991, è venuto a mancare un architetto dal profilo poliedrico, le cui ricerche, riassunte graficamente nelle tavole, risultano tanto innovative quanto attuali. Molto si è sedimentato sulla carta anziché nel cemento, ma i suoi lavori rimangono comunque una stella polare nello scenario architettonico friulano del Novecento, già da tempo orientato verso un’apertura nei confronti di un “mondo” che diventa per i progettisti un prezioso campo di sperimentazione.