Una collezione privata. Giulia Cihlar e il collezionismo borghese a Trieste nel Novecento
La collezione artistica di Giulia Cihlar costituisce una testimonianza significativa di una forma di collezionismo privato profondamente legata alla storia sociale e culturale della Trieste del Novecento. Più che il risultato di un progetto collezionistico sistematico, il nucleo di opere oggi conservato dall’Università di Trieste restituisce il profilo di una raccolta maturata nel tempo, all’interno di un ambiente familiare e borghese, attraverso acquisti, doni e legami personali. Le opere, prevalentemente grafiche, riflettono infatti non soltanto il gusto della collezionista, ma anche la rete di rapporti che ne accompagnò la vita. La raccolta può essere letta come una sorta di album della memoria privata: accanto alla scelta individuale delle opere emergono le relazioni amicali e familiari, le occasioni di incontro, le frequentazioni e le affinità culturali che contribuirono alla sua formazione. In questo senso, il valore della collezione non risiede esclusivamente nella qualità o nella notorietà dei singoli artisti, ma nella capacità dell'insieme di raccontare una storia personale e, al tempo stesso, un più ampio modo di vivere il rapporto con l'arte.
Il collezionismo di Giulia Cihlar si inserisce così in una tradizione tipica della borghesia triestina del Novecento, nella quale l'opera d'arte poteva entrare nelle case non soltanto come oggetto di investimento o di prestigio, ma come elemento della vita quotidiana, espressione di sensibilità, cultura e appartenenza. La casa diventava il luogo nel quale opere di diversa provenienza e natura venivano accostate secondo criteri personali, costruendo nel tempo un ambiente capace di riflettere la personalità dei suoi abitanti.
Anche la varietà della raccolta sembra suggerire una modalità di scelta fondata sulla curiosità e sulla partecipazione personale più che sulla volontà di costruire una collezione organica secondo rigorosi criteri storico-artistici. È proprio questa dimensione privata a rendere il nucleo particolarmente interessante: le opere sono tracce di una biografia, testimonianze materiali di rapporti e occasioni che, altrimenti, rischierebbero di essere consegnati alla memoria individuale.
La collezione permette dunque di guardare alla figura di Giulia Cihlar da una prospettiva diversa rispetto alla sua lunga carriera nell'Università di Trieste. Se il suo percorso professionale documenta il ruolo di una donna inserita nella vita amministrativa dell'Ateneo, le opere conservate nella sua abitazione restituiscono invece uno spazio più intimo, nel quale affiorano passioni, relazioni e scelte personali. Il passaggio della raccolta all'Università, avvenuto in seguito al generoso lascito testamentario della collezionista, ha trasformato questo patrimonio privato in una testimonianza accessibile alla comunità.
La collezione di Giulia Cihlar può quindi essere considerata uno specchio duplice: da un lato riflette il gusto e la sensibilità della singola collezionista; dall'altro restituisce, attraverso gli oggetti raccolti e conservati nella sua casa, la trama di relazioni familiari e amicali e il modo in cui una famiglia borghese triestina poteva vivere il rapporto con l'arte nel corso del Novecento. È proprio nell'intreccio fra dimensione privata e dimensione collettiva che risiede il particolare interesse di questo patrimonio: una piccola collezione domestica diventa così documento di una città, di un ambiente sociale e di una cultura del collezionare fatta tanto di scelte estetiche quanto di affetti e memorie.